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Quali simboli portafortuna si usano nei tatuaggi? L’origine poco nota dei motivi più richiesti

📅 11 Agosto 2026✍️ di Raffaele Montorfano⏱️ 6 min di lettura

Ci sono simboli che promettono di portarci fortuna, dal ferro di cavallo al maneki-neko, e finiscono spesso sotto pelle. Ho iniziato a interessarmene in Nuova Zelanda, dove ho incontrato artisti maori e ho capito quanto conti il contesto. Da allora colleziono tatuaggi, studio tradizioni italiane e racconto ciò che scopro nel mio blog di Brescia: qui rispondo alle domande più cercate, con rigore e qualche dritta pratica.

Quali sono i simboli portafortuna più tatuati e cosa significano davvero?

I simboli portafortuna più richiesti includono quadrifoglio, ferro di cavallo, coccinella, occhio greco (nazar), mano di Fatima (hamsa), ancora, dadi e il numero 13 in stile old school. Sono icone semplici, riconoscibili e cariche di storie che attraversano culture diverse. La loro fortuna nel tattoo nasce dall’unione tra grafica forte e radici popolari.

Quadrifoglio: collegato alla tradizione celtica, rappresenta le quattro virtù (fede, speranza, amore, fortuna); spesso in verde brillante e linee pulite. Ferro di cavallo: amuleto apotropaico medievale, “cattura” la buona sorte; orientato verso l’alto per raccoglierla, verso il basso per “scaricarla” a chi passa. Coccinella: arrivata dalla saggezza contadina, protegge i raccolti; nel tattoo è vivace, piccola, spesso appoggiata a un fiore.

Occhio greco (nazar): vetro azzurro del Mediterraneo orientale contro il malocchio; efficace in micro-tatuaggi. Mano di Fatima (hamsa): palma aperta nordafricana e mediorientale, scudo contro l’invidia; funziona benissimo con linee sottili e micro-ornamenti. Ancora: simbolo dei marinai tra speranza e stabilità, adottato dalla tradizione americana.

Dadi e ferri di poker: richiamano il rischio calcolato, cult nell’old school. Il numero 13: ribaltamento scaramantico dei tatuatori e dei marinai; spesso incorniciato da rose o ragnatele. Elefante con proboscide in su: influsso indiano e asiatico sulla prosperità; rende al meglio in stilizzazione geometrica o neo-tradizionale.

Da dove viene l’idea che un tatuaggio possa proteggere dal malocchio?

L’idea nasce da secoli di Superstizione e pratiche apotropaiche che si intrecciano al mare, ai mercati e ai pellegrinaggi. I marinai tatuavano simboli-protezione come occhi e croci molto prima dell’era dei social. L’arte su pelle diventa così un talismano portatile, sempre in vista.

Nella fascia mediterranea spiccano occhio greco e hamsa, spesso combinati. In Italia il cornicello rosso e la cimaruta campana sono amuleti storici che oggi ispirano tatuaggi lineari o mini. Anche nei Paesi nordici si tatuavano rune considerate protettive, mentre nell’area ispanica trovano spazio cuori sacri e iconografie di santi. Il filo rosso è lo stesso: trasformare simboli del Folklore in un linguaggio grafico rapido da riconoscere e ricordare.

Quali portafortuna italiani funzionano bene come tatuaggi?

I portafortuna italiani più “tattoo-friendly” sono il corno napoletano, la cimaruta, il gobbetto, l’Occhio di Santa Lucia e il ferro di cavallo. Sono forme leggibili anche in piccolo e raccontano storie locali potentissime. Con colori giusti e linee calibrate diventano evergreen.

Corno napoletano: rosso, affusolato, contro invidia e iella; perfetto dietro l’orecchio o sulla caviglia. Cimaruta: amuleto campano con rami di ruta, chiavi e luna; ottimo in versione fine line sul polso. Gobbetto: il piccolo “uomo gobbo” porta fortuna in bottega e al gioco; oggi si reinterpreta in silhouette vintage.

Occhio di Santa Lucia: la conchiglia “Shiva eye” diffusa in Sicilia e Sardegna, vista come protezione sul mare; resa elegante in micro-realismo. Trinacria e triplice spirale (triscele): simboli identitari più che “porta fortuna” in senso stretto; vanno trattati con rispetto storico e una ricerca iconografica accurata.

Quali simboli di fortuna dall’Asia sono popolari e come rispettarne l’origine?

Maneki-neko, daruma, carpa koi e omamori sono tra i simboli asiatici più richiesti per attirare fortuna e perseveranza. Funzionano perché uniscono colori forti a significati diretti (denaro, tenacia, successo). Il rispetto passa dalla comprensione: meglio studiare il contesto e affidarsi a chi conosce la tradizione grafica.

Maneki-neko: il gatto che invita clienti e ricchezza; zampa destra o sinistra cambiano l’auspicio. Daruma: bambola giapponese che incarna la resilienza; spesso si tatua con un occhio pieno e uno da “riempire” a obiettivo raggiunto. Carpa koi: simbolo di crescita controcorrente, resa iconica nello stile irezumi con onde e fiori di loto. Omamori: amuleti dei santuari shinto e buddhisti; come tattoo conviene evitare la riproduzione letterale di iscrizioni sacre, preferendo una citazione grafica.

È vero che il numero 13 porta fortuna nel tatuaggio old school?

Sì: nel linguaggio dei tatuatori il 13 è spesso un portafortuna per sfidare la scaramanzia. È legato alle tradizioni dei marinai e ai “flash day” del venerdì 13, quando gli studi propongono soggetti a prezzo simbolico. Il trucco è l’ironia visiva che rovescia il taboo.

Nel repertorio old school il 13 appare con dadi, ferri di cavallo, ragnatele e pugnali. Linee spesse, colori primari e ombre semplici ne garantiscono leggibilità a distanza. Se ami il genere, una caviglia o un avanbraccio sono posizioni top per mantenerlo ben visibile.

Come scelgo colori e posizionamento per un portafortuna efficace e leggibile?

Scegli colori legati al simbolo e al tono della pelle: blu per l’occhio contro il malocchio, rosso per energia e protezione, verde per natura e prosperità. Il posizionamento deve rispettare proporzioni e direzione del simbolo (es. ferro di cavallo “aperto” verso l’alto). La regola d’oro: meno elementi, più impatto.

Per micro-tattoo, polsi, caviglie e clavicole mantengono un’ottima resa. Su soggetti decorativi (hamsa, cimaruta), l’avambraccio offre spazio per dettagli senza perdere nitidezza. Sul colore: il tradizionale predilige palette sature; il minimal funziona in nero con piccoli accenti, ma evita grigi troppo tenui che svaniscono presto.

È appropriazione culturale tatuarsi simboli sacri di altre culture?

Dipende dal simbolo e da come lo usi: rispetto, studio e dialogo con chi appartiene a quella cultura fanno la differenza. Alcuni segni sono identitari o sacri e non vanno ricopiati alla lettera. Esistono alternative che mantengono il senso senza violare tabù.

Per esempio, in Polinesia il tā moko è profondamente legato alla genealogia; chi non appartiene alla comunità può preferire varianti aperte come il kirituhi, lavorando con artisti informati. Con hamsa e nazar, prediligi interpretazioni non religiose quando non appartieni a quelle fedi. Chiedi sempre: sto celebrando o sto consumando?

Posso combinare più simboli portafortuna in un unico tatuaggio senza creare caos?

Sì, ma serve una gerarchia visiva: scegli un simbolo principale e 1-2 complementi coerenti. Mantieni uno stile unico (old school, fine line, neo-trad) e una palette limitata. Il risultato sarà leggibile, elegante e senza sovraccarichi.

Esempio: hamsa centrale con un piccolo nazar all’interno del palmo; oppure ancora old school con coccinella appoggiata alla margherita. Evita di unire segni con messaggi opposti o esteticamente conflittuali. Se esiti, realizza uno stencil di prova in scala reale: la distanza tra elementi decide la riuscita.

Domande rapide

  • Il ferro di cavallo va con le punte all’insù o all’ingiù? All’insù se vuoi “raccogliere” fortuna; all’ingiù per “donarla”.
  • Il quadrifoglio deve avere il gambo? Sì, aiuta la lettura in piccolo e l’equilibrio del disegno.
  • Nero o colore per un portafortuna? Colore per icone pop; nero se cerchi eleganza e durata pulita.
  • Dove fa meno male tatuarsi un simbolo? Avambraccio esterno e polpaccio sono aree generalmente più tollerabili.
  • Si può coprire un simbolo che non sento più mio? Sì, con un cover-up studiato su forme piene e ombre strategiche.
  • Quanto costa in media un micro portafortuna? In Italia, di solito tra 60 e 150 euro, a seconda di studio e dettaglio.

Raffaele Montorfano

Raffaele ha iniziato a interessarsi ai tatuaggi durante un viaggio in Nuova Zelanda, dove ha incontrato artisti maori. Da allora ha collezionato tatuaggi e scritto guide su stili tradizionali italiani. Gestisce un blog locale di recensioni di studi tattoo a Brescia.